La settimana bianca

Emmanuel Carrère è l'autore di uno dei libri più venduti dello scorso anno, del quale sinceramente non mi è mai importato un piffero. La settimana bianca è invece la tipica operazione editoriale con cui si recuperano le opere passate sull'onda dell'attenzione presente: senza l'enorme successo di Limonov, questa intrigante storia sarebbe rimasta a prendere polvere sulle bancarelle dell'usato.

Sarebbe stato un errore enorme, perché il libro è assolutamente bello. Io l'ho letto con lentezza da bradipo, ma immagino che si possa finire in un pomeriggio. La settimana del titolo è quella che il piccolo Nicolas si appresta a trascorrere in uno chalet con i compagni di classe, la maestra e due giovani accompagnatori, Patrick e Marie-Ange. Tipico ragazzino represso, onestamente sfigato, spaventato dalla propria ombra, letteralmente pisciasotto, Nicolas è accompagnato dal padre sul luogo della vacanza per scongiurare il rischio del viaggio in pullman. Peccato però che il padre, rappresentante di prodotti farmaceutici e ortopedici, dimentichi nel bagagliaio lo zaino del bambino prima di ripartire per il suo giro di visite ai clienti.
Dunque Nicolas comincia la vacanza senza nemmeno il pigiama, fra le prese in giro dei compagni. Patrick gli compra il necessario per affrontare il corso di sci, ma Nicolas è sconvolto e bagna il letto. In preda alla disperazione e alla vergogna, si rifugia nell'autobus e ci trascorre una notte, rimediando soprattutto un febbrone da cavallo e qualche giorno di coccole e attenzioni. Niente di che, in fondo.
Ma un pericolo ben peggiore è in arrivo: i gendarmi stanno cercando un altro ragazzino, scomparso da alcuni giorni senza lasciare tracce. Nicolas arriva a fantasticare di ritrovarlo con una personale indagine, fino alla tragica notizia del ritrovamento del piccolo, stuprato e ucciso. Chi si è accanito su quel povero bambino?
A questo punto un lettore smaliziato potrebbe intuire la verità (io ci sono arrivato facilmente), ma non voglio guastare la sorpresa.

Essendo abituato alle trame americane, la marginalità della storia criminosa mi ha lasciato perplesso: Carrère aveva un racconto intriso di perversione e delitti, e lo ha sprecato rincorrendo i turbamenti di un dodicenne che scopre il proprio sperma? Non sto scherzando, questa faccenda dell'appendice fra le gambe di Nicolas ha una centralità grottesca nel romanzo.
Dico io: invece di introdurre un poliziotto che si lancia sulle tracce dell'assassino, Carrère scrive pagine e pagine sul torpore causato dalla febbre? Sembra incredibile, ma è proprio ciò che accade. Carrère non è Joe Lansdale, e questa non è una puntata di Criminal Minds.
Il protagonista è Nicolas, il pisciasotto, che non diventerà mai un agente dell'FBI ossessionato dai fantasmi del trauma infantile. È solo un ragazzino, catapultato in una storia raccapricciante più grande di lui. D'altronde è questa la differenza fra la realtà e Hollywood, giusto?


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