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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Senza dimostrazione

Da qualche anno l'università italiana ha introdotto l'usanza di insegnare la matematica (quasi) senza dimostrazioni. Dice: "a che servono le dimostrazioni a un biologo o a un farmacista?" Quindi si narrano teoremi, nell'accezione cara a Nichi Vendola, come fossero brevi poesie. Perfino le ipotesi, che diventerebbero più chiare se si vedessero le dimostrazioni, sono liquidate come fatti (quasi) sempre veri nei casi pratici. Peccato che gli studenti abbiano l'abitudine di far volare la fantasia, come il seguente esempio dimostra (!).

Volendo calcolare il limite $\lim_{x \to 0} \frac{1}{x+e^x}$, posso applicare il teorema di De l'Hospital (giacché tutte le ipotesi sono soddisfatte), e dedurre che
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\lim_{x \to 0} \frac{1}{x+e^x} = \lim_{x \to 0} \frac{0}{1+e^x}=0.
$$


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