Effe di effe (di x)

Tanti anni fa, il mio professore di italiano Giovanni Moscatelli mi ha insegnato che nessun testo dovrebbe cominciare dando per assodato che il lettore ci conosca. E così sia.

Dunque: fra l'altro (non molto altro) insegno. Insegnare è difficile e spesso frustrante: 

Chi sa fa, chi non sa insegna.

Ma può dare molte soddisfazioni:

Oggi non sarei qui, se non fosse per il mio maestro X Y.

Insegnare è come una funzione $f(\cdot)$, il cui argomento $x$ è più o meno qualunque cosa: insegnare matematica, insegnare una lingua straniera, insegnare un ballo latino-americano, insegnare l'arte della manutenzione della bicicletta. Ma, fatto un po' meno scontato, l'argomento di $f(\cdot)$ può essere anche $f$ stessa: va tanto di moda insegnare ad insegnare. Ma è davvero possibile?

Alzi la mano chi, diventato insegnante, non si è lasciato guidare dai ricordi dei propri insegnanti. Certo, con il tempo e con l'esperienza, ogni insegnante sviluppa un proprio metodo di insegnamento. Io ho avuto, per esempio, due tipologie di insegnanti di matematica: quella tradizionale, cattedratica e pedagogicamente autoritaria, e quello costruttivista. La prima spiegava la teoria e ci imponeva di studiarla e di applicarla agli esercizi; il secondo chiamava alla lavagna uno di noi e lo usava come intermediario ermeneutico, inducendolo a scoprire (quasi) da sé la teoria. La prima era rassicurante (soprattutto per i genitori abitudine&tradizione, non per me), il secondo era destabilizzante (ma non per me).

Ma esiste il bravo insegnante? A me viene sempre in mente il personaggio del bravo presentatore, che Nino Frassica interpretava nel programma di Renzo Arbore Indietro tutta. Secondo me, non c'è. Un insegnante è bravo per alcuni e non per altri, in un contesto ma non in un altro. Penso che sia comunque un'opinione abbastanza condivisibile, dettata dalla sperimentazione della realtà.

E allora perché, da un decennio circa, sono tanto di moda i corsi (SISS, SILSIS, TFA) per formare gli aspiranti insegnanti? Io non lo so, mi sento molto vicino alla mentalità artigiana della mia Brianza: non si diventa un falegname in gamba sui libri, ma in bottega. È chiaro che bisogna studiare, ma più ancora bisogna sperimentare in prima persona.

Questo non è in contrasto, almeno non immediatamente, con i corsi formativi di livello universitario. Ma il contrasto diventa stridente quando qualcuno, solitamente privo di ogni buon senso pedagogico, afferma che

Vi insegneremo ad insegnare.

Mai frase è stata più pericolosa! Una frase ad effetto che riempie di aspettative l'allievo, e vanifica gli sforzi di chi docet. Sì, perché l'allievo si mette comodo (si fa per dire) fra i banchi, e vuole essere nutrito con il cibo della sapienza: vuole uscire dall'aula con i crismi del bravo insegnante. Al contempo, giacché il suo docente non potrà mai soddisfare questi sogni infantili, l'allievo resterà deluso e  frustrato. 

Io penso che insegnare ad insegnare sia un fine irraggiungibile, mentre insegnare ad essere critici sia un obiettivo a portata di mano. Se non esiste il modo giusto per spiegare le proprietà delle potenze ad un quindicenne, è senz'altro possibile - per l'insegnante - mettere a confronto le alternative, ragionarci sopra e infine sperimentare sul campo. In prima persona, avete capito bene.

Dice:

Quindi il mio bambino deve fare da cavia a questo insegnante inesperto?!

Ancora una volta, sì. È la vita: ogni giorno entriamo in relazione con altre persone, alcune delle quali esperte ed altre inesperte. È possibile, ed anche doveroso, affiancare all'inesperto un collega esperto (non è questo il vero tirocinio?), ma arriva sempre il giorno del primo intervento per il chirurgo, della prima lezione per l'insegnante, del primo volo per il pilota. Da soli, con piena responsabilità.

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