Forum

Fra ieri e oggi ho frequentato il forum di un corso di TFA (Tirocinio Formativo Attivo, quell'aggeggio a pagamento che le eccelse menti ministeriali hanno imposto agli aspiranti insegnati) del mio ateneo, e mi ci sono appassionato. Ovviamente l'ho fatto per ragioni professionali, dovendo collaborare ad un laboratorio; ma ero anche spinto da una notevole curiosità. E le aspettative non sono state tradite.

Gli interventi, ancora un po' timidi per la notevole giovinezza del progetto partito a metà di dicembre, a volte sono un po' sconsolanti. Ad esempio, uno studente muoveva dalla formula $x^{a/b}=(x^a)^{\frac{1}{b}}$ per dedurre che $-1=(-1)^1 = (-1)^{\frac{2}{2}}=((-1)^2)^{\frac{1}{2}}=1$. Ci sarebbe da rodersi il fegato, trattandosi di laureati in matematica o fisica, in parte già in servizio come docenti precari; qui mancano le basi, anche se è concesso il beneficio del dubbio.

Altri temi mi sono sembrati di ben altro livello. Per esempio, dopo aver assistito ad una lezione sul prodotto scalare, alcuni si sono detti affascinati dall'impostazione assiomatica (spazi di Hilbert, ecc. ecc.) ma alquanto scettici sull'opportunità di essere così teorici in aula. Costoro si domandavano, forse un po' polemicamente: "Come si fa ad insegnare così, se già i miei ragazzi chiedono perché studiare le espressioni letterali? A che cosa servono queste cose, ad un giovane di quindici anni?" Queste battute mi hanno fatto riflettere, perché sono le stesse domande che tante volte mi sono posto (ma che non mi hanno posto le mie matricole di biotecnologie, fornendo un ulteriore spunto di riflessione) prima di tenere un corso di matematica. La mia sensazione è che ci sia una frattura profondissima fra l'insegnamento scolastico e quello accademico. Chi insegna all'università crede (spesso sbagliandosi, ahimè!) di aver di fronte una platea di piccoli geni ai quali snocciolare le più raffinate nozioni avanzate. Viceversa, chi insegna in una scuola parte dal presupposto (spesso sbagliandosi altrettanto) di aver di fronte una classe di futuri delinquenti, disinteressati a tutto e destinati ad un futuro di ignoranza e degrado. Questo spinge ad impostare livelli molto bassi nell'insegnamento scolastico, e obiettivamente un po' troppo alti all'inizio dell'università. 

Inoltre, molti docenti universitari (me compreso) faticano drammaticamente a creare interesse per la propria materia. È un peccato umano e prevedibile: un cultore della materia non sente più il bisogno di farsela piacere, altrimenti non ne sarebbe un cultore. D'altronde, come chiedere ad un innamorato di giustificare razionalmente l'utilità di amare? Io stesso non sono assolutamente capace di spiegare perché l'analisi matematica sia importante nella vita di un biologo, e forse posso perfino dubitarne. Immagino che sia ancora peggio dover convincere un adolescente brufoloso che la trigonometria è un'esigenza primaria per tutte le persone colte. Crescendo, e partendo da un'esperienza personale estremamente problematica nei confronti della matematica, ho sviluppato una filosofia nichilista: è sostanzialmente impossibile far nascere l'amore per una disciplina; è invece possibile coltivare e sviluppare la fascinazione per la stessa disciplina. Nel mio caso, nessuno dei molteplici professori di storia è mai riuscito a farmi piacere lo studio della storia. Per carità, sono consapevole che sia fondamentale conoscere un certo tot di storia, ma non chiedetemi di affermare che lo studio della storia sia piacevole. Non c'è ragione per cui la parola storia non possa essere sostituita da matematica o chimica, naturalmente.

Un altro tema molto sentito dai futuri insegnanti è quello del rapporto con le nuove tecnologie. Gli ultimi vent'anni hanno portato ad un allontanamento drammatico fra la generazione degli insegnanti e quella dei studenti. Nel 1980, quando sono stato iscritto alla prima classe elementare, la mia maestra era giovane, nemmeno trentenne. Ma, in prima approssimazione, il gap culturale fra lei e me era lo stesso che c'era fra la maestra di mia mamma e mia mamma. D'accordo, la mia maestra è nata quando la televisione non era ancora arrivata in Italia, mentre io potevo vedere le partite di calcio sul televisore a colori; ma erano quisquilie.

Oggi, invece, un insegnante nato nel 1980 si trova a confronto con ragazzini nati a metà degli anni '90, cioè ragazzini cresciuti a pane e videogiochi, che hanno preso in mano un telefono cellulare a sette anni e si sono connessi ad internet a dieci. Il povero insegnante, alla stessa età, caricava le cassette del Commodore 64 e chiamava gli amici dalle cabine a gettoni. Questo insegnante, se doveva fare una ricerca scolastica, usciva di casa e andava in biblioteca. I suoi studenti scaricano le tesine da internet (e non voglio giudicare quale dei due comportamenti sia più educativo e formativo), e vedono i grafici di funzione con un'applicazione dello smartphone (io dovevo scrivere un programma in Turbo Pascal, davanti ad un elaboratore Olivetti grande come un frigorifero da campeggio). Sono problemi, e nessuno può dire quanto sarà profondo il divario fra gli insegnanti nati oggi e i loro studenti nati nel 2030.

Leggere queste discussioni, benché spesso prive di conclusioni decisive, è un ottimo esercizio di confronto e di crescita. Fa sempre bene ricordare che insegnare non è solo inculcare nozioni.

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