Internet: ma quanto?

In breve: uso internet abbastanza massicciamente, almeno al lavoro. Serve come l'aria, per cercare articoli, libri, citazioni e problemi aperti. Serve anche per collaborare a distanza: come facevano venti o quarant'anni fa i matematici (e gli altri scienziati, ovviamente)? Si spedivano per posta i calcoli, ricopiati in duplice copia? O si dettavano al telefono come gli inviati di guerra?

A casa no, non ho una connessione veloce. Ho uno smartphone e una chiavetta che uso sporadicamente. Una volta al mese mi faccio ingolosire dall'idea di comprare un collegamento flat, ma puntualmente rinuncio. Un po' perché il governo ha provveduto a impoverire il mio stipendio già abbastanza, un po' perché sento che la rete crea un pericolo abuso. Se ce l'hai, la usi: controlli (ridicolmente) la posta, leggi le notizie, scrivi su Facebook. Per carità, non sono un eremita e non voglio demonizzare un mezzo incolpevole. Ma è pur vero che, a casa, leggo i vecchi e profumati libri, sfoglio in pace un giornale, vado a fare una passeggiata e respiro il sano benzene aromatizzato alle polveri sottili! Se il mio computer fosse in rete, so che sprecherei tempo a fare quello che già faccio al lavoro; questo sarebbe malsano, in genere.

Patisco la mancanza della rete nelle settimane di ferie, quando mi dedico a scrivere qualche articolo che è rimasto bloccato da troppo tempo. Ma è un sacrificio tollerabile; mi segno le informazioni che devo cercare e gli articoli che voglio scaricare, poi uso la chiavetta. Mi impongo insomma un ritmo di connessione moderato, così come evito di accendere il televisore per noia. Senza integralismi ma anche senza sprechi, per ora non farò la felicità del mio gestore telefonico.

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