La vasca sempre piena

Se non capite il titolo di questo post, vi chiedo solo un po' di pazienza. Ieri pomeriggio stavo leggendo un articolo su un quotidiano nazionale in cui si annunciava un evento epocale: il numero dei laureati italiani ha superato, quest'anno, il numero delle nuove matricole. Il tono del giornalista oscillava fra il gaudente e l'estasiato, con l'inevitabile intervista alla cariatide Luigi Berlinguer (il ministro dell'istruzione che ha introdotto il sistema 3+2 nonché indegno cugino dell'indimenticato Enrico). Il buon Luigi, ovviamente trionfante, spiegava che ora il "suo" sistema è andato a regime, che "ce lo chiedeva l'Europa", che dobbiamo aspirare ad un'accademia che laurea praticamente tutte le matricole. È il modello della fontana di montagna, che vedete nella figura qui sotto.


In pratica, le fontane di montagna sono vasche (scavate nel legno o costruite con il cemento) che ricevono acqua da una o più "cannelle", e la espellono da un foro posto in basso oppure da una scanalatura come nel caso che vediamo nella foto. La prima volta il foro viene tappato, finché la vasca raggiunge la capienza massima; poi il tappo è rimosso, e il diametro del foro è calibrato affinché i litri d'acqua nella vasca siano costanti (salvo oscillazioni temporanee dovute a siccità o pioggia abbondante). Per il buon Luigi, l'università dovrebbe assomigliare a queste vasche: capienza, cioè studenti iscritti, essenzialmente costante nel tempo. Tanti studenti entrano, tanti studenti escono. Escono nel senso buono, con la laurea in mano, ché l'uscita con le pive nel sacco è il nemico da annientare.

Che "ce lo chieda l'Europa" è abbastanza vero, dal momento che l'OCSE ci ha tirato le orecchie proprio perché il tasso di abbandono scolastico e universitario è troppo alto. Che per lustri l'università abbia seguito un modello diametralmente opposto a quello di Berlinguer cugino è altrettanto evidente e noto. Perché? Mi vengono in mente tre risposte:

  1. studenti fannulloni, che si immatricolano allo scopo di parcheggiarsi per anni nelle aule. Un'ipotesi sempre meno difendibile, poiché le tasse per i cosiddetti fuori corso sono sempre più alte, mentre la crisi economica erode i risparmi delle famiglie.
  2. Professori incarogniti ed elitari, che applicano il criterio della decimazione ad ogni appello.
  3. Studenti mediamente più "de coccio" rispetto alla media europea, privi della facoltà intellettive indispensabili per conseguire il titolo di studio. Oppure, se ci limitiamo agli studi accademici, studenti che si trascinano lacune incolmabili dai cicli scolastici precedenti.
Dopo dieci anni di lavoro in università, propendo per la seconda opzione. I docenti universitari sembrano concepire il corso di laurea soprattutto in chiave competitiva: un sistema in cui la selezione dei più bravi è sempre l'obiettivo primario. Questa convinzione è anche suffragata da alcuni studi (rimando al sito di Roars per i dettagli) che evidenziano la notevole qualità della ricerca prodotta dai laureati italiani: il livello dei nostri laureati sembra essere ben più alto di quello che certa propaganda giornalistica ci propina. Escludendo alcuni miti che si autoalimentano (come la Bocconi, per la quale sembra valere la superstiziosa consuetudine riservata ai defunti di parlarne sempre e solo bene), gli atenei italiani sono ancora capaci di formare laureati pronti a competere, ad armi pari, con i migliori laureati stranieri.
C'è forse un attaccamento all'ideale nobiliare e latifondista della laurea in quanto titolo di distinzione e elevazione sociale più che culturale. Questa è la concezione classica del "pezzo di carta", quell'arma che permetterebbe di trovare un lavoro ben retribuito e stimolante. E ci sono solo due modi per perpetuare questo status: (a) consentire l'accesso a pochi, preferibilmente rampolli di genitori già istruiti e in qualche senso nobili; (b) effettuare una selezione durissima durante il corso degli studi. Se la prima alternativa è vagamente reazionaria e poco compatibile con un mondo globale, la seconda non presenta macroscopici punti deboli.

Ma torniamo alla discussione iniziale, e chiediamoci: è questo l'ideale di università che desideriamo? Dimentichiamo la voce del padrone europeo, almeno per un attimo. L'università deve essere necessariamente una vasca che non si svuota e non tracima mai?

Personalmente, e ho riflettuto a lungo prima di scrivere queste parole, vorrei una vasca che tracima un po'. Non un'inondazione, ma penso che qualche litro d'acqua debba uscire. Una vasca a livello costante significa innanzitutto che il livello degli insegnamenti debba essere abbassato sotto la mediana. E anche abbondantemente. In caso contrario, molti studenti non riuscirebbero a laurearsi nei tempi prescritti e saremmo da capo.
In seconda battuta, poiché la scuola dell'obbligo ha il nome in testa e l'università non dovrebbe permettersi abbandoni, l'unica selezione avverrebbe nell'antica scuola media superiore, il liceo. Non importa come, ma il liceo dovrebbe filtrare quegli allievi che non promettono bene, scoraggiandone ogni velleità di immatricolazione. E, se proprio qualcuno dovesse tentare l'immatricolazione, sarebbero indispensabili durissimi test di ammissione per bloccare questi poveri illusi (lo scrivo con ironia). Un sistema difficilmente sostenibile, che probabilmente finirebbe per spostare il fenomeno dell'abbandono dagli studi universitari a quelli scolastici.

Ma allora, come se ne esce? Secondo me, faremmo meglio a pensare che non se ne esce mai completamente. Qualche litro d'acqua deve traboccare, è inevitabile che trabocchi. Risolvere il problema dell'insuccesso universitario banalizzando le richieste è una scorciatoia infantile: la laurea non può diventare un gigantesco esame per la patente, perché gli studi accademici sono pur sempre il livello di istruzione più elevato previsto nel nostro ordinamento (tralascio consapevolmente il dottorato di ricerca, che per natura dovrebbe essere riservato a chi desidera intraprendere la carriera del ricercatore, e dunque non è un titolo di studio generalista).

Senza contare - e qui cito un bell'intervento nell'inserto culturale del Corriere della Sera del 30 gennaio 2013 - che noi europei stiamo trasformando il fallimento in un tabù. Mentre negli Stati Uniti il fallimento (finanziario ma anche umano) è un normale accidente della vita, e anzi quasi un indispensabile rito di passaggio che permette all'individuo di migliorarsi e ripartire, in Europa è un marchio di infamia. Da noi si dice "sei un fallito", cioè una persona indegna di fiducia, che mai più farà qualcosa di buono. 
Se rimuoviamo, in un processo mentale forse malato, l'idea del fallimento anche dal percorso scolastico, creeremo persone più deboli e impreparate al confronto con l'altro. È inevitabile che qualche amico sia più bravo di noi in matematica o in greco antico, ed è normale che qualche collega sia più bravo di noi nello svolgimento del proprio lavoro. Nel confronto capita di vincere ma capita spesso anche di perdere. Solo nei film "ce la possiamo fare, se solo diamo il massimo": prima o poi incontreremo ostacoli che non riusciremo a superare, e dovremo accettare il fallimento. 
L'importante è sapere che esiste un'altra strada, se quella che abbiamo scelto è interrotta. I nostri studenti devono sapere che sbagliare non è un'infamia, e questo è un percorso interiore difficile. Ma noi insegnanti non possiamo proteggerli con l'illusione che tutto sia dovuto, automatico e consequenziale.

Post scriptum: mi dispiace deludere il Luigi Berlinguer, ma temo che il grande evento epocale sia figlio soprattutto della rinuncia aprioristica all'istruzione. Sempre più giovani fuggono dalla scuola e dall'università. Se la vasca non esonda, probabilmente è perché non entra più la stessa quantità di acqua.

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