Sul ruolo unico

La Rete 29 Aprile, insieme ad altre organizzazioni universitarie, ha organizzato un'assemblea per discutere varie questioni relative all'organizzazione del sistema universitario italiano. Fra gli argomenti all'ordine del giorno c'è il cosiddetto ruolo unico della docenza. Rimando al documento allegato per una panoramica di definizioni e vantaggi della proposta. In questa sede mi calo nei panni del proverbiale avvocato del diavolo.
  1. Una prima, possibile, debolezza del modello proposto è che coincide sostanzialmente con il sistema scolastico, dove esiste una sola categoria di docenti di ruolo. Purtroppo, e ribadire che si tratta di un giudizio scorretto non è mai abbastanza, la professione del docente scolastico non gode della dovuta considerazione presso l'opinione pubblica. C'è allora il rischio che una riforma basata sul ruolo unico sia accostata pregiudizialmente ad una realtà esistente e ritenuta (a torto) già insoddisfacente.
  2. Una seconda, possibile, debolezza del ruolo unico è che sembra avere vantaggi per tutti. Come la pace nel mondo e il comunismo, diremmo con una battuta. Più seriamente, e proprio come la pace universale e l'uguaglianza dei diritti, non sembra esistere in alcuno Stato avanzato. In pratica, i sistemi accademici occidentali sono basati su una piramide di ruoli professionali come quella italiana. Se i dettagli possono evidentemente variare da un posto all'altro, è il principio che non sembra essere messo in discussione dal potere politico.
    Pur potendo ribattere che una prima volta deve pur sempre esistere, conviene approfondire la questione. A me sembra che l'argomento più forte contro il ruolo unico sia anche quello più banale: l'essere umano ha dimostrato, dall'alba della civiltà, una spiccata propensione alla gerarchia. Fra l'altro l'ambizione personale è il motore dell'unico sistema economico sopravvissuto al collasso del blocco sovietico, cioè il liberismo.
    I detrattori del ruolo unico hanno vita facile a sostenere che la cancellazione dei gradini progressivi della carriera ucciderebbe il sano spirito competitivo dell'uomo. Se il mantenimento della progressione stipendiale garantisce almeno un'attrattiva pecuniaria, cadrebbe ogni ambizione di potere. Ciò che, ovviamente, è ben noto agli ideologi del ruolo unico, ma che è altrettanto ovviamente un tabù per i conservatori.
  3. Una terza debolezza, che prendo in considerazione solo per spirito polemico, è che la proposta sia bollata come una sorta di vendetta degli sfigati. In altre parole, poiché i ricercatori (precari e non precari) non sono riusciti a diventare professori con i concorsi, vogliono diventarlo svalutando la nobiltà del titolo. È una contestazione debole, giacché la legge del più forte non dovrebbe essere l'unico criterio di giudizio della società.
Personalmente trovo che il profilo del docente universitario più adatto al ruolo unico sia vagamente idealizzato: costui dovrebbe lavorare (cioè fare ricerca e insegnare) per il puro amore della conoscenza e per il puro bene della collettività. Una figura nobilissima, forse troppo.

Per discutere seriamente della proposta del ruolo unico è necessario prevenire queste ed altre obiezionei, che suppongo numerose, dei sostenitori dello stato attuale. In un mondo dove la ricerca è sempre più affascinata dalle sirene degli investitori privati e dai temi considerati istantaneamente portatori di profitti, il ruolo unico è non solo una rivoluzione copernicana, ma soprattutto un ritorno all'originale spirito dell'università.

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