Mo' viene Natale

Domani è Natale. Ancora. Mi sembra ieri che attraversavo Cantù alla ricerca di un'edicola aperta per comperare il giornale, e mi accorgo che questo accadeva nel mese di agosto. Natale, come ogni altro giorno dell'anno, è soggetto ad una periodicità di 365 giorni (a parte gli anni bisestili, ovviamente), quindi non è un evento raro come il passaggio della cometa di Halley. Quante ovvietà, non è così?

Ma che cos'è il Natale? Mi dispiace scriverlo, ma il Natale ha assunto per le generazioni più giovani un senso più sfumato di quello che vivevano  le generazioni precedenti. I miei nonni (nati circa un secolo fa) e i miei genitori (nati circa sessantacinque anni fa) raccontano che il 25 dicembre era realmente un giorno speciale. C'era la povertà, magari anche la guerra, e per ventiquattro ore le famiglie si sforzavano di restituire alla vita una parvenza di serenità e di (sobrio) benessere. Natale era il giorno dei tortellini-carne-patate-mandarini-torrone, dopo un anno di minestra riscaldata e pane. Natale era il giorno dei giocattoli di legno e latta per i bambini, e di riposo per gli adulti (fatta eccezione per i commercianti di generi alimentari, che erano obbligati per legge a restare aperti fino a mezzogiorno), e per entrambi si trattava di un evento piuttosto raro. Certo non erano rose e fiori, perché già il 26 dicembre occorreva tornare alle privazioni della vita di sempre; però c'era la Messa (la Brianza è sempre stata terra cattolica e artigiana) cantata e, se andava bene, il cinema nel pomeriggio.

Già per la mia generazione, nata fra gli anni '70 e '80 del secolo scorso, Natale ha perso quell'aura di eccezionalità. Per fortuna, direi: non eravamo più miseri, potevamo mangiare carne più volte alla settimana, e qualcuno addirittura ne abusava. Noi bambini avevamo i giocattoli, le automobiline per i maschi e le bambole per le femmine, e nelle case entravano i primi videogiochi da collegare al televisore. Da piccoli aspettavamo Gesù Bambino (ve l'ho detto che la mia è una terra cattolica), ma non ci stupivamo certo per un sacchetto di mandarini o un pezzo di torrone. Non eravamo ricchi, ma, finalmente, non eravamo nemmeno più poveri.

Poi sono nate le generazioni del benessere (forse una parentesi già chiusa della storia sociale italiana), quelle dei telefonini a sei anni e delle console per giocare con gli amici in prima persona. Non ho esperienza diretta, ma ho sorriso ieri mattina, leggendo una storia a fumetti che Silvia Ziche ha scritto su Topolino: i bambini di Paperopoli, nelle letterine, avvertono Babbo Natale di voler ricevere solo tablet di ultima generazione, perché di tutto il resto non sanno più che farsene. Sarà un'esagerazione comica, ma effettivamente un fondo di verità deve esserci.

Non vorrei apparire come il tipico brontolone, ma temo che il Natale sia una festa più pregna di significati nelle società lontane dal consumismo. Il consumismo per eccellenza, quello degli Stati Uniti, ha portato a grottesche rievocazioni della Natività a base di hamburger e renne di peluche, di bibite gassate e di Babbo Natale con la pistola semi-automatica nella cintura. Non so se le persone religiose se la cavino meglio, forse un po' sì. Chi vive il 25 dicembre come una festa religiosa, ha la possibilità di pensare che nulla possa mai cambiare, che la messa di mezzanotte sia quella dei primi cristiani. 

Ieri pomeriggio, in autobus, ho approfittato dell'ingorgo automobilistico per carpire frasi degli altri passeggeri. Tutti parlavano delle festività ormai iniziate, ma nessun adulto aveva i toni gioiosi e patinati della tradizione: qualcuno imprecava apertamente contro la necessità di girovagare intere giornate alla ricerca di un regalo che, forse, non sarà neanche apprezzato. Altri, più timorati, anticipavano le tensioni dell'ennesimo pranzo con parenti che arrivano solo quando c'è da mangiare a sbafo, e ti rimbambiscono di particolari sui loro brufoli e sulle loro ernie del disco. Una signora, sincera, ammetteva che "se non fosse per i nipotini, avrei smesso da tempo di festeggiare il Natale."

Basta leggere i giornali generalisti per capire che, ormai, il Natale è diventato un fatto prevalentemente sociologico. A parte, appunto, i più piccoli, sembra che per tanti sia uno dei giorni più stressanti e detestati del calendario. Non occorre aver studiato psicologia per azzardare un'ipotesi: da una parte siamo bombardati da messaggi che creano aspettative impossibili, gioia in ogni cuor e ore di affetto passate con la famiglia davanti al caminetto. Dall'altra c'è la dura realtà: il 25 dicembre non è, e non può essere, un giorno magico. I fratelli che si odiano non fanno pace davanti all'albero addobbato, il datore di lavoro non ci dà una gratifica perché è diventato più buono; le guerre non finiscono perché i soldati decidono di abbracciarsi. Questi contrasti, stridenti, portano frustrazione e malinconia, pensiamo agli affetti che non ci sono più e a quelli che non siamo stati capaci di conservare. La ragazza di cui siamo segretamente innamorati non suonerà alla nostra porta per coronare il nostro sogno, purtroppo.

Il giorno di Natale è stato trasformato nella fabbrica delle illusioni, forse nella più grande risciacquatura di coscienze che l'uomo abbia mai inventato. Se vogliamo davvero comportarci diversamente dal solito, non serve aspettare la fine di dicembre. Se, invece, vogliamo solo una scusa per sentirci buoni per legge, allora sarebbe meglio lasciar perdere.

Ah, dimenticavo: buon Natale a tutti!

 

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