Primarie?

Nelle ultime settimane non si parla d'altro. Va beh, a parte qualche catastrofe naturale, qualche catastrofe artificiale, qualche catastrofe economica, ovviamente. Però si parla tanto di primarie, nel senso di elezioni primarie.

Le sta facendo lo schivamento politico di centro-sinistra (odio, si mette ancora il trattino, oppure si scrive tuttoattaccato?), ma questo non ha importanza per quanto sto scrivendo. Le primarie sono una sorta di pre-elezione, dai contorni alquanto frastagliati. Nessuno ha capito veramente chi sia l'elettorato, ma almeno abbiamo spiegato chi sono i candidati. L'idea è che il vincitore (che botta di cu… ehm, di fortuna, cercare di governare l'Italia nei prossimi anni, nevvero?) sarà il candidato della coalizione alle prossime elezioni politiche, quelle "vere".

Tanto per cambiare, parlo di me: io non sono andato a votare per queste primarie. Certamente perché non mi va di essere catalogato fra gli elettori di uno schieramento, sebbene lo consideri lo schivamento più prossimo alle mie convinzioni politiche. Ma non ci sono andato soprattutto perché lo strumento delle primarie cozza contro la mia concezione della politica.

Per questa posizione sono stato anche accusato di essere anti-democratico, ma proprio non è un sistema che mi appassiona. Perché, in ultima analisi, che cos'è un partito? Per me, un partito è un organismo nato dal lavoro comune di tante persone che condividono alcuni principi ed ideali, e che vorrebbero impegnarsi concretamente nell'amministrazione politica del proprio Paese. Quando arrivano le elezioni, questi partiti aprono le loro botteghe e mettono in mostra la merce (cioè le idee e le proposte di governo), e tutti gli elettori hanno il diritto di scegliere la proposta migliore (de gustibus…)

Sono cresciuto con questa visione della politica, fortemente proporzionalista. Ad un certo momento, correva l'anno 1992, qualcuno ha trasformato una nazione convintamente proporzionalista in una nazione maggioritarista, cioè destinata all'alternanza fra due mega-partiti sul modello inglese e americano.

Ecco, le primarie per me sono una pacchiana americanata. Sono il giubileo della politica personalistica, il tripudio del "qui comando io". I partiti non solo rinunciano ad avere una visione politica fondante, ma addirittura chiedono agli elettori quali idee dovrebbero avere. Insomma, non più le persone al servizio delle idee, ma le idee al servizio delle persone. Questo approccio è sempre stato proprio dei sistemi presidenziali come, appunto, gli Stati Uniti d'America, ma è sempre stato estraneo alla vita politica mediterranea.

Ma dietro al fervore (apparente?) per le primarie, io leggo un segnale ben più sconfortante: la politica non si sforza più, nemmeno idealmente, di essere la parte più nobile ed illuminata del Paese. I partiti non cercano di migliorare la società, ma si accontentano di fotografarla e di prenderne atto. So che questa mia posizione è spesso scambiata per snobismo, e forse è anche parzialmente vero. Eppure la realtà è sotto i nostri occhi: quando il mondo andava a carbone, i politici erano quasi sempre intellettuali attenti, a prescindere dallo schieramento politico. I regimi illiberali nascevano dall'ignoranza profonda e dal qualunquismo intellettuale. Ora i politici esprimono il massimo dell'ignoranza e il massimo della banalità che si possa raccattare sui marciapiedi.

 

Permettemi una battuta un po' cruda: le prime elezioni primarie si sono svolte duemila anni fa, e i candidati erano un tale Gesù e un tale Barabba. Ricordiamoci chi le ha vinte.

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