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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

Uno chalet tutto per me

Svizzera (francese), estate del 1919: Elizabeth torna nel suo piccolo chalet dopo i lunghi anni di guerra, in cerca di serenità e per fuggire ai ricordi più dolorosi. In compagnia della coppia di malgari che bada alla casa, Elizabeth cerca conforto nel silenzio e nella natura delle Alpi. Un giorno, inattese, due donne inglesi arrivano al rifugio dopo un'ascesa faticosa. Vestite di nero, molto imbarazzate, passano un pomeriggio con la padrona di casa; quando sente che le due connazionali vivono stentatamente in una piccola pensione a fondo valle, Elizabeth si offre di ospitarle per qualche tempo.
Mrs Barnes, sui cinquant'anni, è una donna devota e timorata di Dio. Mrs Jewks, la sorella quarantenne, non parla quasi mai. Entrambe sono vedove e lontane dall'Inghilterra dalloscoppio del conflitto.
L'atmosfera si stabilizza su un registro di prudente formalità, e Mrs. Barnes respinge con fermezza ogni tentativo di complicità. Ben presto Elizabeth scopre che la sorella giovane si è macchiata di un peccato mortale: aver sposato ben due tedeschi, prima il nipote e poi lo zio. Agli occhi della sorella maggiore è un abominio religioso (pare che per gli inglesi sia proibito il matrimonio con lo zio del defunto marito, mentre per i tedeschi sarebbe tollerato) e civile: i tedeschi sono i nemici giurati, e la guerra è una ferita ancora aperta.
La vicenda prende una piega divertente quando lo zio di Elizabeth, un decano in procinto di diventare vescovo, raggiunge lo chalet. È arrivato per ricondurre la nipote in patria, ma il destino gli sta preparando un imprevisto decisamente travolgente.

Scritto dall'australiana Mary Annette Beauchamp sotto lo pseudonimo di Elizabeth von Armin, il libro è una lettura un po' stucchevole. Lo stile è molto inglese, alcuni spunti sono inevitabilmente di difficile comprensione per un lettore contemporaneo. La rigidità dell'etichetta sociale e il senso morboso dell'ospitalità sono solo parzialmente ammorbiditi dall'ironia britannica dell'autrice. È un libro che odora di tè e di salotti polverosi, elegante e parecchio snob.

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