La meritocrazia spontanea

Ricapitolo: sono a Roma, sto seguendo una spring school i cui conferenzieri sono tutti matematici giovani. Stamattina, improvvisamente, un pensiero ha cominciato a ronzarmi in testa: ma l'indiscussa bravura di questi scienziati è in qualche modo collegata al refrain della meritocrazia di cui da anni gli ambienti della politica si riempiono la bocca? Queste persone, alcune delle quali si dividono fra la ricerca, l'insegnamento e la famiglia, sono così perché il governo ha promosso la meritocrazia nell'ambiente accademico?

Ci ho pensato per qualche istante, e ho concluso che la realtà della ricerca è quasi completamente impermeabile alle deliranti leggi che vengono prodotte a ritmi da catena di montaggio per intortare il fazioso uomo della strada. Costui è stato chirurgicamente convinto che i professori (di ogni ordine e grado) sono fannulloni e magari un po' disonesti, gente che fa pagare alla comunità le vacanze nelle isole caraibiche con la scusa di andare ad un convegno scientifico. Dopodiché, sempre con precisione chirurgica, sono arrivati i ministri che faticavano a prendere una sufficienza agli esami universitari e hanno inventato la parola magica: meritocrazia. Più merito, solo i migliori devono andare avanti, gli altri a casa!

Alla verifica pratica, questi annunci riempiono le colonne dei giornali e forse garantiscono un piccolo riscontro elettorale. Ma il risultato più evidente è che scoraggiano i migliori e comunque consentono scappatoie per gli andazzi scorretti. I dottorati di ricerca (che pure soffrono di malattie che non sono mortali ma causano fastidi curabili con un po' di intelligenza) si stanno spegnendo per mancanza di materia prima, giacché i laureati più ambiziosi non si imbarcano in un percorso lungo tre anni che il mondo del lavoro disprezza e il settore della ricerca non riesce più a premiare con un futuro stabile in università.
Il paradosso è che l'invito alla meritocrazia è declinato paradossalmente come un impoverimento della qualità dell'insegnamento post-liceale, e una castrazione (metaforica, almeno per il momento) dei dottorandi. E costoro emigrano, oppure cadono nell'altra grande ipocrisia dei nostri anni: la litania secondo la quale in Italia non servono persone colte e preparate, ma lavoratori manuali che ringraziano il donatore di lavoro.

In tutto il mondo avanzato i giovani ricercatori (dottorandi, post-doc, assegnasti, borsisti) sono incoraggiati e sostenuti economicamente, partecipano ai convegni, cercano di entrare nel mondo della ricerca. In Italia capita spesso che i fondi per le missioni coprano al massimo tre o quattro giorni di soggiorno in una città poco costosa e questa è la cifra a disposizione per un anno. Un anno, e meno di mille euro per fare tutto. I professori non hanno molto di più, peraltro. Saremo più meritevoli dopo questo impoverimento? Sembra la vecchia storia della virtù inculcata a forza di botte.

Ho un collega ed amico che, un paio di anni fa, ha sostituito la tipica formula di acknowledgement in fondo ai suoi articoli con una frase molto divertente, che cito nel senso ma non nei termini esatti che non ricordo:
This research was done despite the action of the italian government.
Da allora la situazione è peggiorata, fra tagli ai finanziamenti che colpiscono laddove lo spreco è assente o trascurabile e ulteriori misure per diffondere la meritocrazia. E invece, mediamente, ci sarebbe già tanta meritocrazia endemica e volontaria da riconoscere e da ricompensare.

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