Un futuro migliore?

Martedì sera mio padre stava guardando l'appuntamento quindicinale con il sindaco di Como in diretta televisiva. Si parlava soprattutto delle proteste contro l'allargamento della zona a traffico limitato (ZTL), che condannerebbe molti negozi al fallimento. A un certo momento non si è trattenuto, e ha osservato che per decenni usciva di casa alle 6 del mattino, faceva un chilometro a piedi per raggiungere l'autobus che lo portava alla stazione ferroviaria, e da lì arrivava a Milano. Ogni sera, lo stesso percorso in senso opposto. Questo per sottolineare che parcheggiare l'auto davanti al luogo di lavoro non è l'unica opzione. Il passaggio alla velata insinuazione che i giovani d'oggi sono rammolliti è stato breve.

Sono rimasto perplesso, pur non potendomi più considerare un giovane d'oggi. Ho pensato che è vero, la generazione di mio padre faceva una vita grama fin dal primo vagito, e il massimo della soddisfazione era un lavoro nella bottega di un artigiano per dieci ore giornaliere, sabato incluso. Andava bene così, l'alternativa erano la fame e la nomea di scansafatiche, fatta eccezione per i rampolli delle famiglie ricche.
Ora leggi i giornali, e i coetanei di mio papà scrivono lettere indignate perché gli inservienti delle case di riposo sono tutti stranieri: il lavoro forse ci sarebbe, ma i nostri ragazzi non accettano di pulire le "padelle" dei degenti per una vita. Avranno ragione?

Certamente il confronto fra il mutismo e la rassegnazione del primo dopoguerra e la profonda insofferenza odierna è stridente. Però il progresso è anche questo, ed è difficile e doloroso tornare indietro. Già, perché quando si parla di recessione tutti pensiamo ad un fatto monetario, e invece dovremmo interpretare il sostantivo alla lettera: recessione è un andare indietro, in tutti i sensi.
Dobbiamo smettere di credere che vivremo meglio dei nostri genitori e peggio dei nostri figli, ed è un colpo che farebbe vacillare chiunque.
Sessant'anni fa dalle mie parti c'era la religione che inculcava il senso del sacrificio e della sottomissione alle durezze della vita, mentre oggi questi argomenti sono meno forti.

Morale della favola, non ho saputo replicare all'uscita del genitore. Ha in parte ragione e in parte torto, non so se in parti uguali. Capisco il suo sfogo, ma capisco anche la disperazione di un ventenne che non ha il diritto di studiare e di sperare in un avvenire sereno, ma solo quello di contendere un impiego da inserviente ad un altro come lui. La realtà è che un tempo gli immigrati con la valigia di cartone eravamo noi; noi italiani facevamo in Germania e in Svizzera quello che oggi fanno a casa nostra gli uomini e le donne che vengono dai Paesi emergenti. Scappavamo dai disastri di una dittatura come molti di loro, e qualunque cosa - anche la più umiliante - era il primo passo verso il miglioramento. Forse ci salverà la fine del mondo storto, chissà.

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