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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

Grande bellezza?

Quindi, come milioni di italiani, ieri sera ho abboccato all'amo gettato dalla televisione di Arcore, e mi sono predisposto a guardare il film La grande bellezza. Sapete com'è, dicono che abbia vinto un premio Oscar, forse vale la pena di dargli un'occhiata.
Centoquarantadue minuti di film, e, come direbbe il rag. Ugo Fantozzi, mi è parsa una cag*** pazzesca. Non sto dicendo che sia un brutto film, ma che a me non è piaciuto. Proprio per niente.
Ora, non sono un fanatico di Roma, che trovo artisticamente troppo "pesante" e confusa; non per niente sono nato in un ambiente dove lo stile romanico è privilegiato, mentre il barocco non ha lasciato tracce significative. Poi c'è questo Servillo, Toni e non Peppe, che è peggio del prezzemolo. E  recita con tale affettazione da far saltare i nervi ad un santo. Per non parlare del patetico Carlo Verdone, fuori ruolo e insignificante.

E infine ero prevenuto per questo approccio italico all'insegna del provincialismo. Ora, i film americani suggeriscono che "siamo i migliori del mondo"; quelli francesi che "eravamo i migliori del mondo". I film italiani godono nell'urlare che "facciamo schifo e non c'è speranza".
Prendiamo, ad esempio, Nebraska: la critica alla società rurale del midwest è piuttosto esplicita, eppure resta sempre l'orgoglio di essere così, nel bene e nel male. Perché alla fine il bene vince sempre. Sarà banale dire che se ti senti perdente, allora lo sarai; però questo gusto nostrano per l'autocommiserazione ha stancato. È una settimana che leggo filippiche sullo stato della città di Roma, dal regista famoso al pizzicagnolo pare che la colpa sia sempre della politica.

Sono sicuro che il territorio e il patrimonio artistico italiano meritino un'attenzione e una cura infinitamente superiori a quelle che vediamo, ma non mi sento di dire che altrove siano rose e fiori. Altrove fanno, semplicemente. Gli amministratori sono consapevoli che non esiste la scelta migliore, ma esistono tante buone scelte; scelgono e fanno. Noi italiani perseguiamo l'ottimo, forse come alibi per non fare il bene. E ci ritroviamo ad essere orgogliosi di un film che ci fa apparire come deficienti e magari anche un po' delinquenti, mandiamo sul palco il solito intellettuale che dice "Denghiu veri macc". Poi tutti a suonare il mandolino e a mangiare spaghetti.

Il punto non è il coraggio di mettere in luce i propri difetti, ma quello di riconoscerli come tali.

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