Roma

Dice che sono a Roma. Ed è vero. Sono partito ieri da Cantù, in un clima improvvisamente invernale.
Arrivo alla stazione di Milano Porta Garibaldi, salgo sul treno Italo non-stop e subito mi immergo nel clima della capitale: intorno a me tutti parlano con accento romano, forse perché, appunto, il treno ferma solo a Roma Tiburtina.
Scendo insieme a due colleghi, e ci avventuriamo nel tragitto fino alla Sapienza (Sapienza, università di Roma: che denominazione curiosa si è data! Quasi antagonista di un'ipotetica "Ignoranza, università di Bergamo") fra lamiere penzolanti che minacciano di decapitare l'ignaro pedone e scoli di acqua dalla sopraelevata. Ma ben presto il panorama si tranquillizza, e le strade adiacenti al quartiere universitario sono pressoché deserte: dopotutto è domenica.
Per cena ho appuntamento all'Isola Tiberina. Dimentico che Roma non è Cunardo né Cantù né Como, e parto all'avventura serale armato di mappa 1:13000 con la convinzione di arrivare in mezz'ora. Esco dalla metropolitana alla fermata Colosseo (fortunatamente vicina all'omonimo monumento) e subito mi perdo: ma chi cavolo ha piazzato i Fori esattamente a metà strada fra la fermata e la mia destinazione? Sono stato tentato di chiedere a un vigile, poi mi sono ricordato di Carlo Verdone:

Mi sento furbo e risalgo una stradina suggestiva, per scoprire con raccapriccio che sto camminando verso nord invece che verso sud. Torno alla fermata, mi butto sui Fori ormai pedonali, cammino nel cantiere dell'eterna Linea C della metropolitana (quella che farà il primo viaggio nel 2100, o giù di lì, come la linea 4 a Milano), e faccio il periplo dell'Altare Della Patria. Tutto maiuscolo, anche Della, perché ci vuole rispetto.
Scendo lungo quella terribile Via del Teatro Marcello che ogni provinciale pensa di vedere cosparsa di croci alla memoria dei pedoni che hanno cercato di attraversarla sulle strisce pedonali, mi esibisco in uno scatto da centometrista, e finalmente arrivo sul Tevere. L'Isola Tiberina è un'oasi di pace, non molto più popolata di una qualunque via di Como dopo le 19.

D'accordo, ho fatto volutamente lo snob, però non ho mentito: più invecchio e più soffro le grandi città. Ho iniziato anni fa con Parigi, la fantastica metropolitana ha cominciato a mettermi ansia. Milano non conta, perché a Milano cammini fra la gente, ma tutti si ignorano come se fossero fantasmi. A Roma ci sono persone ovunque, i negozi non chiudono alle 18 come in Svizzera, e i romani cenano al ristorante anche se nessuno compie gli anni o si è sposato.
È tutto bello, ma mi sfinisce. Abituato ai paesini di montagna dove una casa su due è disabitata, alle abitudini estremamente casalinghe e timorate della provincia comasca (un motto dialettale delle mie zone recita "De nott gìren dimaa i lader e i pùtan", cioè "di notte girano solo ladri e prostitute"), non riesco a rilassarmi. Ieri sera ho letto, su internet, che in una fermata della metropolitana romana è entrata una capra e tutti i passeggeri erano agitati. Dico io: è una capra, io mi agito di più quando entrano certi ceffi di razza umana!
Se non ci nasci, la grande città richiede allenamento e la giusta mentalità. Quando ero studente a Trieste, amici romani si scandalizzavano perché le pizzerie giuliane chiudono alle 22:30. Ieri sera, alla stessa ora, qualcuno ENTRAVA nei ristoranti, e i gestori non li cacciavano.
Comunque anche a Roma si possono fare camminate ben più impegnative delle escursioni in montagna: da Trastevere a Termini, pedibus calcantibus, ho bruciato tutte le calorie della cena prima ancora di andare a dormire. Stasera sarà meglio risparmiare le energie.

Commenti

Post più popolari