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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Com'è piccolo, il mondo

Stavo leggendo "il manifesto", che ha la spiacevole abitudine di presentare in rapida sequenza tutte le ingiustizie del giorno prima. Sopraffatto dall'angoscia per i civili uccisi in Libia, i morti giapponesi, i migranti sfruttati, il declino della cultura e perfino per il derby Milan vs Inter, ho iniziato a fantasticare.
Immaginavo di spegnere tutte le fonti di informazione: televisione, giornali, radio e internet. Come sarebbe la mia vita? Probabilmente mi alzerei tutte le mattine, andrei in università, mi metterei a dimostrare teoremi e a leggere libri o articoli, e penserei che il più drammatico dei problemi è il cantiere del lungolago di Como. O forse la ricostruzione del palazzetto dello sport di Cantù. In pratica, poco sarebbe diverso dalla vita di mio nonno cento anni fa in Valganna.

D'altronde, dobbiamo ammetterlo, la maggioranza schiacciante degli individui non vive personalmente gli effetti delle tragedie che ci descrivono i mezzi di comunicazione. So bene che a Cantù, dal 1990 ad oggi, il numero degli stranieri è aumentato; però sarebbe difficile trovare una ragione per drammatizzare questa circostanza. Quello che intendo dire è che c'è una differenza abissale fra la consapevolezza che il mondo è devastato dalle tragedie e la necessità di farsene carico una per una.
Con un colpo di mouse, vediamo le immagini delle stragi in Afghanistan, leggiamo i bollettini dello tsunami in Giappone, o la confessione dell'assassino dell'Olgiata. E subito ci sentiamo accerchiati dal pericolo, dal panico che puntualmente viene strumentalizzato dai partiti politici per garantirsi un poltrona. Venti anni fa avevamo paura degli africani che vendevano tappeti e cocco fresco, poi sono arrivati gli albanesi, poi i rumeni, ora i profughi tunisini. Io nel 1981 avevo il terrore delle divisioni, ma poi sono diventato grande; le paure si affrontano usando la testa, sebbene a volte sembri più facile ricorrere ad altre parti anatomiche.

Ma forse siamo tutti ubriachi di informazione. Ci servono davvero due quotidiani, tre telegiornali, dozzine di siti internet da assorbire compulsivamente come spugne sintetiche? Per tante ragioni, il mondo è diventato troppo piccolo; dovremmo fermarci a meditare, per recuperare un barlume di ragionevolezza. Perché sarebbe impensabile isolarsi in un eremo, ma è altrettanto pericoloso lasciarsi sopraffare dalla paura globale.

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