Un altro Caffé, per favore!

Il titolo di questo post è un gioco di parole. Ieri sera, su Rai 5, hanno trasmesso il film L'ultima lezione, di Fabio Rosi. È la narrazione degli ultimi giorni del professor Federico Caffé, economista politico nato nel 1914 e misteriosamente scomparso il 15 aprile 1987.

Anni fa, ricordo di aver visto un documentario sulla sparizione di Caffé; in breve, sembra che la sera del 15 aprile 1987 il professore abbia meticolosamente disposto sul suo tavolo i documenti, gli occhiali e l'orologio (forse un dono dei suoi allievi) e si sia volontariamente allontanato da casa. Da quel momento, nessuno l'ha più visto.

Il film non è probabilmente un capolavoro, e costa sempre fatica abituarsi al registro melodrammatico dei film italiani. Gli attori americani recitano con la naturalezza della vita quotidiana, i nostri sembrano sempre pronti a rotolarsi per terra come dannati. È una recitazione molto teatrale che non mi piace, ma è un mio gusto. Ma resta un film interessante e godibile, vagamente agiografico. Caffé è descritto come l'ultimo economista politico attento ai bisogni dei più deboli; il regista evidenzia le contraddizioni degli anni '80, dominati dalla dottrina dello sgocciolamento di Reagan e Thatcher. Le iene della finanza allungavano i denti sull'economia reale, agendo ai limiti della legalità.

Caffé era apparentemente disgustato dal nuovo corso, e si sentiva forse una cariatide ormai invisa ai poteri costituiti. Il film, non a caso, è anche la storia della redenzione di un suo allievo, insofferente al rigore della ricerca (che Caffé definiva pura) e attratto dal materialismo della speculazione finanziaria. Raccomandato dallo stesso professore per un impiego alla Consob, si ribella finalmente ai compromessi etici che il rampantismo della borsa valori esige, e torna in università. Non conviene lasciarsi distrarre dalla inevitabile storia d'amore con un'altra allieva del professore, poiché la catarsi è solo marginalmente influenzata dalla presenza della giovane collega idealista.

La figura di Federico Caffé, come tratteggiata dalla sceneggiatura, è tragica: un uomo evidentemente incapace di rapporti affettivi maturi, vive con il fratello malato in una casa nel quartiere Monte Mario, a Roma. Abitudinario fino alla soglia della patologia, entra in dipartimento alle 8:30, fa lezione, pranza in solitudine seduto alla scrivania, riceve studenti e spegne personalmente le luci dell'istituto di economia politica dopo le 20. È circondato da allievi ormai invecchiati e da giovani speranze dell'economia italiana. Il regista accenna superficialmente all'uso della raccomandazione universitaria (un personaggio secondario sostiene che gli allievi di Caffé ottenevano la cattedra, quando andava male), ma è evidente il rapporto di amore ed odio dell'allievo per il maestro. Gli elogi dei professori suonano quasi sempre falsi, un'estrema piaggeria. Forse il professore vedeva queste piccole meschinità, e la conclusione del film suggerisce che la scomparsa sia stata l'unico mezzo per sottrarsi al ruolo di cadavere ambulante. Privato dell'insegnamento, celebrato dagli allievi come se fosse già trapassato, Caffé preferisce dare un taglio netto. Sembra dire che ogni uomo compie un cammino, ed arriva il giorno in cui la sua presenza è solo una fastidiosa circostanza.

Un frate, nel corso del film, dice al giovane protagonista che la presenza fisica diventa inessenziale, quando c'è il ricordo e la memoria degli insegnamenti. Proprio questa sembra essere la tesi di Caffé: dobbiamo lasciare un messaggio, un insegnamento; la carcassa umana non ha così tanto valore.

Piccola nota polemica: il frate risponde con la frase citata ad una domanda molto più materiale. L'allievo del professore cerca di scoprire se il maestro abbia trovato rifugio in un convento. Ora, capite bene che se cercate una persona scomparsa e un frate vi risponde che la persona è viva nella vostra memoria, probabilmente avrete voglia di mettergli le mani addosso. Ma temo di aver visto troppi film dell'ispettore Callaghan (o meglio Callahan), perché non è obbligatorio che il protagonista debba avere una 44 magnum nella fondina e il desiderio di spaccare i denti a chi ostacola le indagini.

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