Il gioco di Ripper





Il festival del déja vu. Il nuovo romanzo di Isabel Allende, Il gioco di Ripper, si rivela un cumulo di citazioni e cliché manieristici: c'è una catena di omicidi che scuote la città di San Francisco; c'è un poliziotto che brancola nel buio; c'è una ragazzina timida ed estremamente intelligente; c'è un gioco di ruolo online, coordinato proprio dalla ragazzina. Poi c'è la madre hippy della ragazzina che è maestra del New Age, e si vede con un navy seal che ha perduto una gamba in Iraq nel 2006.

Già questi ingredienti non sono il marchio dell'originalità. Se poi aggiungiamo che la polizia segue pervicacemente le piste sbagliate, mentre i giocatori online - tutti ragazzini - individuano al primo colpo la strada giusta, il quadro è completo. Ah già, non ho citato i soliti due agenti speciali dell'FBI, antipatici e arroganti.

Isabel Allende afferma di aver iniziato a scrivere questo romanzo con il marito (noto giallista americano), ma di aver proseguito quasi subito da sola. Forse perché il marito ha annusato la banalità della trama? D'altronde, qualche giorno fa l'autrice ha dovuto rettificare una dichiarazione che riduceva il libro ad una spudorata lisciata al pelo dei fan, da sempre affamati di thriller e polizieschi. In pratica, una mezza marchetta.

D'accordo, forse sono troppo duro. Il prodotto ha goduto di grande pubblicità, e un certo pubblico lo gradirà senza dubbio. Se siete invece appassionati del genere poliziesco, tutto vi sembrerà un miscuglio casuale di Criminal Minds, NCIS, e ovviamente Le avventure di Shirley Holmes. La soluzione del caso, che non posso rivelare, è l'ultimo coniglio uscito dal cilindro, in un vortice di situazioni improbabili e caricaturali.
Banale.

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