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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

Scene da un esame

È martedì 18 febbraio 2014, sono in aula U9-01. Sto facendo sorveglianza ad un esame.
Guardo i sessanta (sessanta?!) studenti davanti a me, e mi rivedo al loro posto. Vent'anni fa,
a Como, in un edificio scassato con aule sporche e pennarelli puzzolenti, io ero seduto fra i banchi.
Mi cimentavo con l'Analisi, la Geometria, l'Algebra (no, l'Algebra no!) e una spruzzata di Fisica. Ero vestito diversamente, ma non troppo. Come loro muovevo le labbra nel tentativo di giustificare la soluzione di un esercizio, e mi sentivo a disagio quando il professore passava dietro di me.

Sono sempre stato timido, non volevo che qualcuno leggesse i miei elaborati prima della fine dell'esame. Temevo un sorriso di compassione per uno svolgimento scorretto, atteggiamento stupido perché comunque il professore avrebbe dovuto non solo leggere ma addirittura dare un voto ai miei tentativi di risoluzione. Ma tant'è, coprivo con il braccio sinistro il foglio protocollo a quadretti.
Intorno avevo amici e colleghi che sudavano, tossivano, si soffiavano il naso nei fazzoletti di carta, stendevano litri di vernice bianca sulla bella copia (che a quel punto tanto bella non era più).
Qualcuno allungava il collo, convinto di essere invisibile, qualcun altro estraeva con atteggiamento cospiratorio un libro dallo zaino.

Vent'anni dopo sono seduto alla cattedra, e guardo questi giovani: si comportano esattamente come noi, come me. C'è quello che scrive sicuro, quello che rimpiange di non essere rimasto a letto a dormire, quello che maledice l'esistenza stessa del calcolo differenziale. Dal corridoio arrivano risate e latrati (sì, latrati), c'è anche chi si sta divertendo. La vita di ogni insegnante assomiglia ad una ruota in cui tutto resta uguale, solo le facce cambiano posto. Qualche volta penso che la scelta dell'insegnamento (metto da parte la componente di ricerca della mia professione) sia quella ideale per gli eterni Peter Pan. Cerchiamo di esorcizzare la freccia del tempo sostituendoci ai nostri studenti, sospirando per i loro errori e gioendo quando ci consegnano un compito ben fatto.
E pazienza se abbiamo lo stomaco prominente, i capelli bianchi e il nervo sciatico infiammato dalle ore trascorse alla scrivania: siamo ancora studenti, domani c'è l'interrogazione di latino e ci troviamo alle quattro per ripassare. Chi vuole venire?

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