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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Servilismo italico

Ogni volta che spiego ad un amico o un parente che talvolta ricevo un compenso aggiuntivo per aver tenuto corsi oltre un certo monte di ore, la reazione è: - Ma non ti pagano per quello?
Un caso vagamente paragonabile è emerso recentemente sulla stampa comasca, quando due dirigenti del comune di Como hanno avuto il premio di produttività per alcuni progetti presentati e attuati nell'ambito dei rispettivi uffici. È subito montato lo scandalo, perché "sono già pagati".

Ovviamente non parliamo dell'aspetto di legittimità, che solitamente è scontato (ci sono leggi e contratti di lavoro che sanciscono queste possibilità di retribuzione integrativa/premiale). Resta invece sul tavolo la questione sociologica: perché, mi chiedo, i più ferventi accusatori sono quasi sempre lavoratori del settore privato, ampiamente sottopagati?

Quando mi azzardo a ribattere che i miei doveri professionali non comprendono l'obbligo di espletare le mansioni che hanno maturato il compenso integrativo, parte la filippica: - Ma io, che lavoro nel privato, devo fare tutto quello che mi dice il capo, altrimenti perdo il lavoro!
Ecco: perché così tanti lavoratori italiani (di affermazioni simili sono pieni i commenti sui siti di informazione) si vantano di essere praticamente schiavi del datore di lavoro? Non ne prendono atto, ma esigono che tutti i lavoratori diventino altrettanto schiavi.

Questo atteggiamento fa il paio con un luogo comune sulla bocca di tanti: la rovina dell'Italia sono i sindacati. Se Marchionne lo dice in televisione, nesusno si stupisce. Ma se le stesse parole escono dalla bocca di operai e dipendenti, allora c'è qualcosa di sbagliato.
Anche al netto della (presunta) necessità di riforme del ruolo sindacale, e in modo speciale della necessità di tutelare i lavoratori meno garantiti dalle ultime riforme del lavoro, scandalizza il disprezzo di fondo.

Nel terzo millennio, una certa mentalità sociale rimpiange la servitù della gleba. E quella sinistra accoppiata di mutismo-e-rassegnazione che è l'anticamera del sottosviluppo.

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