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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

Servilismo italico

Ogni volta che spiego ad un amico o un parente che talvolta ricevo un compenso aggiuntivo per aver tenuto corsi oltre un certo monte di ore, la reazione è: - Ma non ti pagano per quello?
Un caso vagamente paragonabile è emerso recentemente sulla stampa comasca, quando due dirigenti del comune di Como hanno avuto il premio di produttività per alcuni progetti presentati e attuati nell'ambito dei rispettivi uffici. È subito montato lo scandalo, perché "sono già pagati".

Ovviamente non parliamo dell'aspetto di legittimità, che solitamente è scontato (ci sono leggi e contratti di lavoro che sanciscono queste possibilità di retribuzione integrativa/premiale). Resta invece sul tavolo la questione sociologica: perché, mi chiedo, i più ferventi accusatori sono quasi sempre lavoratori del settore privato, ampiamente sottopagati?

Quando mi azzardo a ribattere che i miei doveri professionali non comprendono l'obbligo di espletare le mansioni che hanno maturato il compenso integrativo, parte la filippica: - Ma io, che lavoro nel privato, devo fare tutto quello che mi dice il capo, altrimenti perdo il lavoro!
Ecco: perché così tanti lavoratori italiani (di affermazioni simili sono pieni i commenti sui siti di informazione) si vantano di essere praticamente schiavi del datore di lavoro? Non ne prendono atto, ma esigono che tutti i lavoratori diventino altrettanto schiavi.

Questo atteggiamento fa il paio con un luogo comune sulla bocca di tanti: la rovina dell'Italia sono i sindacati. Se Marchionne lo dice in televisione, nesusno si stupisce. Ma se le stesse parole escono dalla bocca di operai e dipendenti, allora c'è qualcosa di sbagliato.
Anche al netto della (presunta) necessità di riforme del ruolo sindacale, e in modo speciale della necessità di tutelare i lavoratori meno garantiti dalle ultime riforme del lavoro, scandalizza il disprezzo di fondo.

Nel terzo millennio, una certa mentalità sociale rimpiange la servitù della gleba. E quella sinistra accoppiata di mutismo-e-rassegnazione che è l'anticamera del sottosviluppo.

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