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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

Tornando a casa, come una volta

Non si può dire che io un nemico dell'informatica e della tecnologia (ehi, sto scrivendo questo post sul mio nuovo iPad, uso internet dal 1998 e me la cavo con la tecnologia in generale). Talvolta, su Twitter, prendo in giro qualche professionista dei nuovi mezzi di comunicazione con la vecchia litania del ritorno alla vita reale, quella di una volta. E mi prendo la mia dose di commenti sarcastici.

Questa settimana ho voluto fare un esperimento: a casa niente internet. Ora, sia chiaro: esco alle 8 e rientro dopo le 18, quindi non possiamo parlare di disintossicazione. Eppure mi sono riappropriato di quelle due ore prima di cena che ormai se ne andavano in banali navigazioni su siti inutili, qualche controllo dell'email e dei network sociali.
Da lunedì a venerdì, fino alle 20, mi sono dedicato alla cara, vecchia lettura. Di libri stampati su carta o di ebook, ma rigorosamente offline. Il risultato è che ho letto due libri, un ritmo più che doppio rispetto alle mie abitudini. E quelle due ore serali sono volate. Ho fatto quello che facevo da ragazzo, al ritorno dall'università. Leggevo Topolino, ascoltavo musica, telefonavo a qualche amico.

Proprio mezz'ora fa leggevo un articolo su un quotidiano che avanzava una tesi un po' sinistra: tutti saremmo dipendenti da internet, e dunque drogati. Mi sembra troppo, ma un fondo di verità c'è. Quando ci imponiamo di restare scollegati, la prima sensazione è di ansia: e se arrivasse un messaggio importante? E se mi perdessi una notizia fondamentale?
Voi potreste essere fra le poche persone che realmente devono essere perennemente reperibili. Io non lo sono, e nessun ha il diritto di biasimarmi quando decido di non leggere la posta dopo cena o la domenica pomeriggio. Senza integralismi, per carità; ma anch'e senza sensi di colpa. In fondo, quei due libri mi hanno dato più soddisfazione di tanti siti e di tanti tweet.

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