Parlare a vanvera

Non so se sia italiano corretto, ma si capisce benissimo: significa parlare per niente, di quello che non si conosce. Ieri sera ne ho avuto una dimostrazione autorevole.
Nel programma televisivo Che tempo che fa lo scrittore triestino Claudio Magris si è messo a parlare di Facebook. Sarà l'età, sarà un po' di snobismo culturale, ma il nostro è sconvolto dall'aver appreso che è stato iscritto a Facebook a sua insaputa. Ha perfino inviato un editoriale al Corriere della Sera per psicanalizzarsi gratuitamente con i lettori.
Certo, capisco che non sia corretto iscrivere ad un social network una persona che non abbia dato un consenso esplicito. Ciò che mi ha fatto prima sorridere, e poi anche arrabbiare, è stata la palese ignoranza con cui lo scrittore discettava della materia. Ha detto che qualcuno gli ha regalato l'abbonamento a Facebook, ma lui avrebbe preferito un abbonamento al teatro alla Scala di Milano. E naturalmente parlava con il suo solito tono professorale che non ammette dibattito, accompagnato dall'espressione disgustata del volto.

Ora, dico io: che tu ti senta troppo raffinato per documentarti sui social network, può anche essere. Ma allora taci e parla di quello che conosci. Mio papà, coetaneo di Magris, continua a giudicare Internet come un posto interessante solo per pedofili, truffatori e personalità devianti in genere. Ma nessuno lo invita in televisione a parlare di Internet, né si aspetta che la sua opinione sia letta dal quasi un milione di lettori sulla prima pagina di un quotidiano.

L'aspetto più gustoso della vicenda forse è proprio questa: Claudio Magris, che tanto disprezza i social network, ha commesso proprio l'errore più comune dei frequentatori di Facebook. L'errore di intervenire a sproposito, per il solo gusto di lasciare nel cyberspazio una tua sciocchezza scritta. È una divertente pena del contrappasso, chissà se lo ha capito. O almeno se qualcuno glielo ha spiegato.

Commenti

Post più popolari